A LEZIONE….DI VITA

Storie di vita vissuta da medico.
Editoriale pubblicato sul Bollettino dell’Ordine dei Medici della Provincia di Perugia n 3/2014
A LEZIONE….DI VITA
Qualcuno ha detto che la vera storia dell’umanità viene scritta dalle gesta degli eroi, dalle scelte dei grandi  statisti e dei re, solo apparentemente. Tutti gli episodi altisonanti  e le epopee famose, infatti, sono rese possibili perché c’è sempre un universo di “piccoli” uomini e donne che con il loro operato silenzioso, con la loro vita fatta di quotidianità semplici ed umili permettono quel contesto, quelle condizioni, quelle coordinate di spazio e tempo insomma, per cui possa emergere il grande personaggio, che poi sarà ricordato dalle generazioni future. Sarebbe passato Giulio Cesare a perenne ricordo senza il sacrificio silenzioso dei suoi legionari che lo sostenevano? Napoleone Bonaparte! Che avrebbe mai fatto senza le lacrime e il sangue dei suoi fanti della Grande Armée? Che ci azzecca con il bollettino dei medici tutto questo, qualcuno a questo punto potrebbe dire.  Questa introduzione, invece, mi serve perché è mia intenzione questa volta raccontare una di queste storie minori, che forse ci azzeccherà anche poco in un bollettino per medici, ma io sono fermamente convinto che qualche volta le testimonianze di vita possano insegnare comunque qualcosa, forse anche a essere dei dottori migliori.
Ho usato la parola dottore non a caso. Dottore deriva dal verbo latino docere, che come tutti sappiamo, significa insegnare, far apprendere agli altri e difatti, se ci pensiamo bene, quante volte ognuno di noi durante una giornata di lavoro insegna qualcosa e impartisce istruzioni e quasi mai accettiamo l’inversione dei ruoli, soprattutto nei confronti dei nostri pazienti, ma qualche volta capita.
Giovanna è una donna quasi novantenne, oramai ridotta……ma andiamo in ordine. E’ mia paziente dal 1980 e la prima volta che la conobbi, fu proprio in un’occasione dolorosa: la certificazione di morte di suo marito. In tutti questi anni non le ho mai chiesto come mai tutti in blocco vollero me come medico e proprio in quella circostanza, forse avranno avuto qualche problema con il collega che mi aveva preceduto e forse proprio a causa di quella morte prematura, ma non mi è stato mai fatto un benché minimo  accenno a riguardo e io non ho mai indagato, ma mi ricordo tutto come se fossi ieri. Varcai la soglia di quell’appartamento situato in una palazzina  senza neanche dover bussare, perché la porta, come usava allora in quelle circostanze, era obbligatoriamente aperta con a fianco il tavolino coperto dal tovagliato purpureo con l’orlo dorato  per accogliere il registro delle firme dei partecipanti al lutto. Sfilai lungo il corridoio gremito di gente che si apriva come un sipario al mio passaggio mentre sentivo un brusio di voci che sussurravano l’uno con l’altro:” E’ il dottore! E’ il dottore”. In maniera quasi automatica seguendo la traccia della gente che mi faceva largo, mi ritrovai nella camera matrimoniale stracolma, gli specchi tutti coperti da lenzuola, sul letto matrimoniale la salma vestita in abito da cerimonia con i piedi legati da un fazzoletto e con la mandibola serrata alla mascella superiore da un fazzolettone annodato sopra il vertice a mo’ di uovo di Pasqua: un classico. Alla destra del letto, seduta su una poltrona, tutta vestita di nero c’era lei con le braccia aperte, con i capelli grigio neri tutti legati a cipolla come si usava nella vecchia cultura contadina umbra. Sapendo che era stato dimesso dall’ospedale poche ore prima che spirasse in casa, per costatare il decesso feci solo un atto formale e, mentre compivo gli adempimenti di rito, avevo la chiara sensazione di essere giudicato atto per atto dal suo sguardo. Mi rivolsi poi a lei senza proferir parola, mi venne istintivo poiché in quel contesto il silenzio aveva un significato superiore alle parole. Le strinsi la mano e lei sempre senza parole fece un cenno di apprezzamento: capii allora che avevo superato l’esame.
Da quella volta ogni tanto sono tornato in quella casa, ma il più delle volte per visitare i suoi nipoti che la figlia e la nuora le parcheggiavano quando erano febbricitanti poiché loro, non potendo assentarsi dal posto di lavoro, non erano in grado di assisterli. Giovanna mi ha sempre accolto in casa con un atteggiamento austero e poco incline all’aprirsi. Mi faceva visitare i nipoti  e si raccomandava che scrivessi in bella grafia le eventuali prescrizioni con la posologia precisa in modo che non avesse poi problemi nel trasferire le informazioni alle mamme. Poche volte mi è capitato di essere chiamato per lei e quelle poche volte sempre per problemi di febbre alta e infiammazioni delle vie aeree. In quelle occasioni accedevo alla camera da letto che era  una vera testimonianza della civiltà contadina oramai estinta. Le lenzuola di quel cotone bianco opaco, ruvido e al profumo di lavanda. Lei con indosso un camicione da notte che dal collo arrivava sino ai piedi e con i capelli non legati a cipolla ma talora raccolti in un unico treccione oppure completamenti sciolti e non erano facile spostarli per visitare il torace. Le ricette  le compilavo in piedi su di un alto comò, con la lastra di marmo grigio azzurra che faceva da pianale, come da tipica arte povera umbra, facendomi spazio fra una gondola di cartapesta, la palla di vetro con liquido che agitandola liberava in sospensione “la neve” e la classica foto di una coppia con i baffoni all’umbertina per il maschio e un collettone di pizzo per la femmina, forse i genitori di lei. Con il trascorrere degli anni, i nipoti sono cresciuti, i figli hanno costruito una villetta bifamiliare in un altro comune limitrofo a Perugia e lei ” è entrata in casa” con il figlio maschio e la nuora. Oramai quelle volte che sono chiamato è quasi sempre per i suoi problemi di salute: ischemia cerebrale cronica, parkinsonismo senile abbastanza limitante, lieve scompenso cardiaco, ma quello che la angoscia di più: una progressiva ipovedenza dipendente da molte cause e un quadro di poliartrosi molto invalidante. Qualche mese fa, mi telefona la nuora dicendomi che la Nostra aveva trascorso tutta la notte vomitando e con dei forti giramenti di testa e, anche se per il momento stava un po’ “meglino”, avrebbero gradito un controllo da parte mia. Ovviamente se pure a malincuore, fra i tempi di percorrenza e la visita se ne vanno più di 90 minuti, mi sono recato dalla paziente appena ho potuto. Bussa e ribussa non mi rispondeva nessuno, né nuora né figlia, sui familiari di genere maschile nemmeno a pensarci. Mentre stavo a riflettere su come potevo fare ecco che mi viene aperto il cancello e la porta di casa, proprio da Giovanna. Mi apre seriosa come sempre, e mi fa accedere sul “rustico “del piano terreno che, di fatto, ha vicariato il vecchio cucinone della casa contadina con tanto di focolare, tavolone immenso: la vita in comune della famiglia, insomma, si passa qui. ” Lo avevo detto a mia nuora di non disturbarlo perché oramai stavo meglio, ma sa dottore, pur di contraddirmi…” Dalla fretta non parlo, quasi la costringo in poltrona, in silenzio raccolgo un sommario esame obiettivo……nulla di nuovo. Sarà stata una sindrome vertiginosa posizionale penso fra me e me….” Già che ci sono Giovanna facciamo le ricette che le servono, così i suoi si risparmieranno un viaggio al mio ambulatorio” rispondo. Si alza per andare a prendere i farmaci. Cammina molto lentamente e con fare incerto, il mento quasi le tocca la pancia da quanto la colonna vertebrale è curva, il respiro è affannoso. Raggiunte le scatole le dico di leggermi i nomi. ” Dottore! Ma in tutti questi anni non l’ha capito che sono analfabeta?” mi risponde.” No! Mi scusi, non l’ho mai sospettato…. evidentemente non ha mai trovato il tempo perché ha preferito andare a divertirsi!” rispondo in modo molto infelice con le prime parole che mi sono capitate. “Dottore! Beato lei che ci ha ancora la ruzza! Adesso se mi ascolta le dico il perché!.. Lei sa che noi siamo originari di una frazioncina che è in cima ai monti. In famiglia eravamo tutti contadini, il mio povero babbo e la mia povera mamma si alzavano all’alba per andare a lavorare nei campi ed io e tutti i mie fratelli li aiutavamo. Per questo non abbiamo mai trovato il tempo per andare a scuola. Io andavo da piccola sempre dietro a mia madre dai maiali, dalle galline e dalle oche. Quando sono diventata un po’ più grande mi hanno anche messo in mano la falce per mietere il grano e il fieno poiché la terra che il padrone ci faceva coltivare, in alcuni punti era talmente ripida che era impossibile usare trattori e persino i buoi ci andavano con difficoltà. C’era poi la spannocchiatura del granturco, la vendemmia, la semina, la raccolta delle olive. Poi quando sono cresciuta non ho più davvero trovato il tempo per andare a scuola. Vede dottore, sa benissimo che quando si è giovani si ragiona poco con la testa e, se  ha pazienza le racconto un altro po’ della mia vita!” ” Vada pure avanti, Giovanna,” rispondo convinto perché se all’inizio facevo attenzione in maniera distratta, forse per farmi perdonare la mia uscita infelice, ora ero veramente incuriosito dal poter sapere come una donna sempre seria ed austera, per come la conoscevo, avesse potuto ragionar poco con la testa.
” Poco prima dei vent’anni quell’essere che poi è diventato mio marito ha cominciato a venirmi dietro. Ha cominciato ad aspettarmi quando venivo via dal lavatoio dove andavo a lavare i panni, ha cominciato a sorridermi per strada quando andavo a fare la spesa alla bottega. Mia madre che se ne era accorta subito mi supplicava e mi scongiurava di lasciare perdere perché era un carbonaio. Figlia mia, mi diceva, tu non sai chi sono i carbonai e che vita ti aspetta se ti confondi con loro. A forza di stare in mezzo alla macchia per mesi e mesi diventano selvatici come gli animali del bosco. Non sopportano più gli ambienti chiusi e non vogliono stare mai in casa, anzi tutto quello che ha a che fare con la casa dopo un po’ li infastidisce. Non ti aiutano in niente e quel poco tempo che stanno in famiglia ti fanno rimpiangere i periodi che non ci sono. Sono senza regole, facili al bere, spesso diventano violenti. Li hai sentiti quando litigano fra loro in mezzo al bosco come le urla e le bestemmie arrivano anche in paese e troppe volte i carabinieri devono correre prima che si prendano a colpi di accetta. Lascia stare! Figlia mia, sposa un contadino che è sempre un uomo, ma almeno ha un minimo senso della famiglia e della casa e quasi  tutte le sere ci puoi parlare dei problemi. Ma io dottore dura! Anzi le parole di mia madre sortivano l’effetto opposto. Sotto sotto, me lo facevano ammirare di più, pertanto un po’ per dispetto e un po’ per l’incoscienza dei venti anni l’ho sposato, ma subito dopo il viaggio di nozze a Venezia tutto quello che aveva detto la mia povera mamma si è avverato. Per farla breve io da sola ho dovuto tirare sui i miei due figli, perché lui non si è mai fatto carico di nulla, non è nemmeno venuto all’ospedale quando la femmina a 10 anni ha fatto l’appendicite. Io da sola, se volevamo mangiare perché i soldi del carbone non erano mai sufficienti, ho preso in affitto un campetto vicino alla casa dove ho realizzato un orto da cui ci tiravo fuori ogni bene di Dio: patate, pomodori, insalata e tutti gli ortaggi possibili. Ho messo su un pollaio, una conigliera, ho allevato il maiale e anche una mucca per il latte, nonostante mio marito mi rimproverasse perché sottraevo spazio a muli che servivano per il suo lavoro. C’è stato un periodo che persino avevo preso in affitto per un prezzo ridicolo, poiché essendo talmente ripido non lo voleva nessuno, un campo dove ci ho piantato il grano….e lo aravo da sola con queste braccia, facendomi prestare i buoi dai miei fratelli. La cosa però che più mi dava fastidio era durante l’estate. In quella stagione le cotture della legna erano ripetute e pertanto spesso trascorrevano anche diversi giorni prima che mio marito tornasse a casa. Verso mezzogiorno, dovevo lasciare tutto quello che stavo facendo per portargli il pranzo su per le creste dei monti. Il più delle volte dovevo correre perché i figlioli molto spesso erano da soli o affidati a qualche vicino. Arrivavo tutta sudata e senza fiato, mai un grazie, invece ogni tanto dovevo sorbirmi qualche rimprovero o lamentela sulla qualità della cucina dei pasti del giorno precedente o peggio ancora, se era molto tempo che non rincasava, ogni tanto pretendeva di soddisfare anche  altri appetiti. Lì in mezzo al bosco, come le bestie.. Per fortuna, poi, con i termosifoni, il carbone di legna non lo comprava più nessuno e quindi ci siamo trasferiti in città dove ci siamo messi a fare le pulizie per i condomini, i figli hanno potuto studiare e la vita è cambiata…….quindi caro dottore, questa è la mia storia, le chiedo scusa se l’ho annoiato, ma ora che sto per morire mi ha conosciuto veramente”.  Mentre mi diceva queste ultime parole ho firmato le ricette che erano rimaste incompiute. Mi sono alzato in silenzio, le ho stretto la mano come la prima volta e lei come allora senza parole ha fatto un cenno di apprezzamento. Ancora una volta, nonostante tutto, avevo superato l’esame. Sono salito nell’auto completamente assorto nei pensieri: la donna di allora, le donne di adesso, gli uomini di sempre. Quante Giovanne ci saranno state in Italia! Quante donne come lei avranno retto il tessuto sociale di questa nostra Italia? Non lo so. Io so solo che quel giorno ho avuto una lezione importante, una testimonianza di vita che ho voluto raccontare per suo valore che lascio a voi quantificare.
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Tiziano Scarponi

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