Da Porta Sant’Angelo al quartiere Filosofi

Premessa

Quando il presidente Francesco Berardi e tutto  il direttivo dell’associazione hanno affidato a me e a Mauro Pianesi il compito di formare il  Gruppo Storico-Culturale per ricercare, ricostruire e fissare l’identità e la storia del nostro giovane quartiere, ho accettato senza riflettere a fondo sull’importanza e sul significato della cosa.

Che significa ricostruire la storia e addirittura l’identità di un luogo? Normalmente si dovrebbe intendere una ricostruzione di fatti, di personaggi e vicende che sono accadute su quel territorio, basandosi su documenti, su testimonianze scritte o robe simili. Si dovrebbe esaminare con un rigore quasi scientifico tutto ciò che stato descritto, vagliato ed accertata la, quanto più probabile, verità su quell’episodio  o sui comportamenti di quella o quell’altra figura. Un ‘impresa impossibile almeno per me. Non ne avrei la pazienza, la struttura mentale e probabilmente nemmeno la capacità perché sarebbe un po’ come forzare la mia natura stessa.

Sono ideologicamente stato sempre  molto scettico nei confronti di chi concepisce la storia come un processo oggettivo che possa essere poi anche ricostruito in modo asettico ed imparziale. La storia è fatta e scritta dagli uomini con tutti i limiti che ne derivano: soggettività, precarietà e fallacia e per quanto mi riguarda, poi, la storia che ho intenzione di scrivere avrà come fonte principale la mia memoria, magari messa a confronto con la memoria di altri soggetti che hanno vissuto come me gran parte della propria vita nel quartiere Filosofi. Pur sempre memoria però, con le prevedibili conseguenze che ne derivano. Memoria vuol dire ricordi e parafrasando Ernest von Glaserfeld:”…i ricordi sono ciò che viene in mente quando si pensa al passato, non quello che potrebbe in realtà essere accaduto in quel momento…Non è più possibile essere certi di ciò che sembrava importante allora, perché si sta guardando al passato con gli occhi di oggi…..quando pensiamo alle cose del passato, li vediamo in termini di concetti che abbiamo ora“.

Ecco pertanto che probabilmente tutto questo potrà risultare alla fine solo la storia del ricordo di Tiziano Scarponi e il tentativo di fissare la mia identità per quello che, in quel momento che scrivevo, ritenevo importante che fosse…..tutto avrà un senso se ogni lettore troverà, dentro quelle righe e quelle immagini che ne scaturiranno, il proprio ricordo, il proprio valore e perché no, un po’ della propria identità.

Filosofi…amo e il tempo. Il suo……il mio tempo.

Considerazione a ruota libera sull’ecologia di un quartiere

 

“Basta che un rumore, un odore, già udito o respirato altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l’essenza permanente e ordinariamente nascosta delle cose venga liberata, e perché il nostro vero ‘io’, che talvolta sembrava morto da un pezzo, ma che non lo era interamente, si desti, si animi, ricevendo il celeste nutrimento che gli viene offerto. Un attimo affrancato dall’ordine temporale ha ricreato in noi, per percepirlo, l’uomo affrancato dall’ordine temporale.” (M. PROUST, Le temps retrouvé,)

 

Io non credo che esista “un’essenza permanente delle cose” che possa essere liberata rivivendo un’esperienza simile a quelle passate, affrancandomi addirittura dall’ordine temporale, ma senza dubbio la foto in un album o un episodio rievocato dalle parole di un amico ti rimandano indietro nel tempo, facendoti rivedere un film la cui pellicola era avvolta nella polvere e nella ruggine. Le emozioni, le sensazioni non possono essere più quelle di allora: la giovinezza, la freschezza, l’inesperienza ti ponevano in un modo. Ora invece la riflessione, la ponderazione e spesso la nostalgia fanno da premessa e da contesto in modo quasi inesorabile.

Ho appena visualizzato sulla pagina  Facebook  di Filosofi…amo  un’ immagine in bianco e nero di come il nostro quartiere fosse in realtà, probabilmente intorno agli anni ’30 o ’40, un’aperta campagna. Subito è partito il mio film.

Febbraio 1960, la mia famiglia trasloca da via del gallo, traversa di corso Garibaldi rione di Porta Sant’Angelo, a via Leonardo da Vinci, traversa di via dei filosofi senza rione di appartenenza.

Non credo sia il caso di descrivere i miei stati d’animo e come avvenne il trasloco. Come credo accada a tutti in queste situazioni, una parte di te è triste per quello che lasci e una parte e felice per quello che trovi. Vivere in un palazzo nuovo, dotato  persino di ascensore, con la casa riscaldata da dei termosifoni che si accendevano da soli  e con l’acqua calda sempre a disposizione, senza dover andare a prendere continuamente la legna per la stufa era una gran cosa. Non parliamo poi dell’avere una cameretta tutta per me, con la mia libreria e la mia scrivania! Ogni medaglia, però, ha il suo rovescio. I miei vicoli, le mie piazzette, la mia parrocchia di Sant’Agostino, l’Oratorio Salesiano Penna Ricci che fine avevano fatto? Abituato al vicolo angusto e in penombra tutto quello spazio aperto e luminoso quasi quasi mi disorientava, mi infastidiva, ma a 8 anni ci si abitua presto, ci si adatta subito all’ambiente fisico. La difficoltà è stata un’altra, una difficoltà per me allora non inquadrabile e non descrivibile, una difficoltà che vivevo ma che sono riuscito a capire e a coscientizzare solo dopo diversi anni: una volta raggiunta una certa capacità di introspezione e una certa maturità.

Porta Sant’Angelo, si sa, è stato sino alla fine degli anni ’60 un rione rinomato per la sua “Peruginicità” popolana e a suo modo anche un po’ aggressiva, si diceva infatti che persino i militari tedeschi durante la loro occupazione, dopo il fatidico 8 settembre 1943, non osavano addentrarsi dentro il labirinto dei suoi vicoli. Leggenda? Probabilmente si, come probabilmente anche l’attributo aggressiva non sia quello giusto, forse è meglio dire rude. Tutti i vicoli, le piazzette e i vari punti di aggregazione sociale  avevano delle regole, una propria filosofia che non si trovava scritta da nessuna parte, ma che imparavi in maniera quasi automatica allorché crescendo e uscendo di casa ti immergevi nella vita del quartiere. Imparavi ben presto, a tue spese, che quella viuzza con quel muretto con sempre tre o quattro ragazzi “grandi” seduti sopra, doveva essere  evitata per non trovarsi poi difronte alla scelta di dover pagare qualche lira per il  pedaggio o  di prendere qualche ceffone se eri al verde. Come da evitare era anche il passare davanti a quella bottega d’imbianchino quando era aperta perché c’era sempre qualche garzone pronto a tirarti addosso dell’acqua sporca di vernice per farti uno “scherzo”. Quello che adesso si chiama bullismo era allora la normalità e non aveva bisogno di specificazioni. Avevi comunque la sensazione di fare parte di un tutto, di un insieme  che sentivi essere il tuo, il tuo universo con tutti i pro e i contro. C’erano le leggi del vicolo con il bullismo dei ragazzi, ma anche con un forte senso di comunità, di appartenenza. Insomma per farla breve, con tutti i limiti della memoria di un ragazzino e con tutti limiti, pertanto, della sua scala valoriale, quello che mi preme far passare come messaggio è che provenivo da un quartiere omogeneo per linguaggio, usi e costumi, tradizioni e storia. I miei riti familiari, le mie abitudini e le mie preoccupazioni erano probabilmente anche quelle dei miei coetanei e tutti quanti insieme condividevamo le stesse paure, le stesse feste e le stesse leggende metropolitane.

Nel mio nuovo quartiere questo non era possibile. Nel mio condominio, per esempio, condividevo lo spazio comune giuocando con un bambino genovese, uno romano e uno veneziano….se poi ci allungavamo su per la via, erano rappresentate quasi tutte le regioni: Abruzzo, Sicilia, Campania sono quelle che mi vengono subito in mente.

Pensate ad un ragazzino di 8 anni che quando diceva: baracconi, ciaramicola, freghina, bucciotto ed altre parole di uso comune era costretto a spiegazioni e metafore per essere capito! Pensate a come rimasi allorché la madre del mio compagno del quarto piano, venne a bussare a casa mia per scusarsi con i miei genitori per il fatto che suo figlio mi aveva fatto lo sgambetto, nonostante già io avessi abbondantemente pareggiato il conto a suon di sberle e spintoni. Ora che sto ricordando questi fatti che man mano affiorano alla mente, mi viene quasi da sorridere, non senza un pizzico di nostalgia per lo stupore che provavo allora. Adesso mi sembra tutto quasi banale e scontato. Provenivo da un rione abitato per la quasi totalità da perugini o umbri, la maggioranza apparteneva alla stessa classe sociale fatta di operai, piccoli artigiani e piccoli commercianti, moltissimi ex contadini della campagna circostante. Tutti condividevamo la stessa antropologia, cosa impossibile nel nuovo quartiere di via dei filosofi, un quartiere nuovo, che cresceva di anno in anno, che si popolava man mano con abitanti che provenivano da tutte le parti d’Italia e appartenenti a una classe borghese medio-alta fatta per lo più da dirigenti burocrati di uffici statali, insegnanti, magistrati e diversi professionisti. Che altro aggiungere? Avevo lasciato un rione in cui si respirava a pieni polmoni ancora l’atmosfera della tradizionale civiltà contadina miscelata con quella popolare urbana, per precipitare in un quartiere che stava vivendo, in maniera coerente, quello che era lo stile di vita e lo stereotipo del momento dettato dal boom economico degli inizi degli anni ’60.

Nostalgia, rimpianto? Penso che non sia proprio il caso. Come sempre succede quasi si decide o si è obbligati alla convivenza, anche se c’è stata qualche incomprensione e qualche sospetto iniziale, soprattutto fra ragazzi si co-costruisce una relazione  per cui alla fine io non ero più il perugino di prima  e loro non erano più gli ” stranieri ” di allora. Riusciremo ora a vincere la scommessa con i nuovi stranieri di adesso?

 

 

 

 

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Tiziano Scarponi

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