DISCUSSIONI OZIOSE SOTTO L’OMBRELLONE

Riflessioni a tutto campo sull’uso degli acronimi, dell’informatica , della competenza psicologica e filosofica del medico.

Editoriale del bollettino dell’Ordine dei Medici N. 4/2009

Mi ricordo che sino a pochi anni fa, durante le ferie, ero in grado di staccare la mente in maniera totale da tutto quello che riguardava il lavoro: non c’era il cellulare, il periodo di riposo era molto più lungo e concentrato in un unico periodo, partivo da solo con tutta la mia famiglia.
Con il passare del tempo le abitudini sono cambiate: non più di una settimana, ma magari ripetuta più volte durante l’anno. Il telefono cellulare sempre acceso: con i genitori anziani e i figli soli in casa o in giro per il mondo…non si sa mai! Ma ne approfittano anche diversi pazienti. Soprattutto poi è l’andare in vacanza insieme a colleghi che più o meno condivido-
no la stessa vita, la stessa quotidianità e le stesse problematiche che tra un bagno e l’altro, un’escursione e l’altra si impongono lunghe discussioni: politica, cronaca, gossip nazionali e locali, ma gira e rigira si finisce poi sempre lì…., a parlare di lavoro o di episodi che sono capitati mentre si lavorava.
Un argomento che questa estate ha tenuto banco in maniera molto vivace è stato quello dell’uso delle sigle e degli acronimi nella pratica di ogni giorno. Ho esordito io raccontando che qualche giorno prima ero stato costretto a telefonare ad una collega pneumologa che aveva richiesto una visita di controllo con DAC (diffusione alveolo-capillare) e lì c’ero arrivato, ma poi mi ero arenato in maniera totale su 6MWt, che la collega mi ha spiegato essere per six Minute Walking test, vale a dire il test del cammino per sei minuti. E’ partito un fiume in piena! MM che significava mieloma multiplo scambiato per melanoma maligno. GAd e DAP rispettivamente disturbo d’ansia generalizzato e disturbo di attacco di panico. Su questo tema il centro per l’infertilità fa la parte del leone: MHtFr ( metilentetraidrofola- toreduttasi) e PAi-1 (plasminogen activa- tor inhibitor 1) ed anche l’urologia non si comporta male con IPP (induratio penis plastica), TURB (resezione transuretrale di neoformazione vescicale ) e TURP (resezione transuretrale di prostata) . Voglio terminare la rassegna restando in ambiente urologico con un episodio, oramai dal sapore aneddotico, accadutomi ad inizio attività in cui sono stato alle prese con una richiesta di vB1,vB2,vB3 che il primario chirurgo di allora per telefono mi tradusse nella prova dei tre bicchieri: test per stabilire il rapporto cronologico dell’ematuria con la minzione, prova caduta nell’oblio con l’avvento dell’ecografia.                     Le conclusioni di questa discussione sono facilmente intuibili ed ognuno tragga le proprie, io ho risolto il problema lavorando continuamente connesso ad internet, lancio sul motore di ricerca la sigla e quasi sempre ottengo le risposte, ma è normale dover arrivare a tanto?
Da internet a discutere dell’informatica e del suo uso nella nostra attività è un attimo e qui, come prevedibile, il consenso più o meno unanime che si aveva nell’argomento precedente si frantuma in diverse fazioni di opinione. C’è l’entusiasta, chi la considera un male necessario, chi fortemente l’osteggia e l’avversa:” Mi sembrerebbe di essere un impiegato dell’anagrafe comunale”.” Il mio cervello si rifiuta …….!”. e su affermazioni di questo tenore potremmo andare avanti all’infinito, senza poter trovare un minimo di incontro: il risultato è un no senza possibilità di concertazione e mediazione, anzi, tutti coloro che hanno iniziato e hanno istituzionalizzato l’uso dell’informatica nella attività medica, sono da considerare dei “tra- ditori”, come coloro che hanno contribuito più di tutti         a “snaturare” il ruolo e la figura del medico. Sull’estremo opposto ci sono i colleghi che oramai ragionano solo in byte e RAM alla velocità espressa in gigaherz: usano un loro linguaggio, hanno un loro stile e mentre ci parli non sai mai se ti ascoltano o stanno in quella realtà virtuale che per i più risulta inintelligibile ed imperscrutabile in quanto fatta di links e blog. Fra tutti, per fortuna, la fascia più ampia è quella dei medici che lavora con il personal computer in quanto oramai ne è invalso l’uso e non se ne può fare più a meno: per raccogliere ed elaborare dati, per gestire la cartella clinica del paziente, per avere dei numeri su cui poter impostare un audit, per studiare e rimanere aggiornati. Questa discussione di fatto si è conclusa senza un’opinione condivisa, molti problemi come era logico aspettarsi sono rimasti aperti: l’investimento economico e di tempo per la realizzazione di un archivio elettronico, l’interferenza nel rapporto medico-paziente, la tutela e la segretezza dei dati e delle informazioni…. ed altri ancora. Dall’uso dell’informatica come strumento di lavoro, come per esempio per il monitoraggio dei fattori di rischio di malattia dei nostri pazienti e quindi a parlare delle nostre capacità nel poter prima verificare e saper poi governare gli stili di vita di costoro, ancora una volta è stato un attimo.
A questo punto, però, l’intensità delle voci si è attenuata in maniera spontanea, come se ci fossimo trovati in una situazione di rispetto o di soggezione. Forse è la consapevolezza, la convinzione che ognuno di noi, su questo fronte, in qualche modo è carente e deficitario che ci ha fatto abbassare i toni del linguaggio:” Ha avuto due infarti del miocardio, ma non riesco a fargli assumere la statina..” “va avanti con il bombolone dell’ossigeno liquido e di nascosto ancora fuma…”.”Pesa più di un quintale! E’ stata da tre o quattro dietiste, ma non è calata neanche di un grammo”. Sono queste        alcune delle innumerevoli testimonianze riferite dal gruppo, tutte come dicevo senza particolare enfasi e vissute con la sensazione dell’ineluttabile del “non ci posso far nulla”, verbalizzate in maniera frustrata da alcuni e distaccata da altri. Quello dell’intervento sugli stili di vita dei propri pazienti è un problema grande, sia per il numero degli interventi, sia per le enormi conseguenze che ne derivano, ma come è possibile in concreto poter intervenire al di là della semplice prescrizione ed indicazione? Esiste me- dico che abbia ricevuto una formazione e una preparazione adeguata? Esistono tecniche di comunicazione che oramai sono state validate, ma sono alla portata di tutti? si fa presto a parlare di comunicazione e di counselling, ma è stato mai studiato quanto le variabili sog- gettive del medico sono determinanti su questo fronte? Senza arrivare a parlare degli stili di vita del medico, ma quanto il suo carattere introverso od estroverso, quanto le sue opinioni e i suoi “vissuti” influiscono nel colloquio, nella modalità di rapportarsi e di prescrivere e consigliare? E poi? In trenta anni di lavoro quanti miti abbiamo visto cadere o trasformarsi? vale a dire, quante verità che sembravano assolute e pertanto degli obiettivi da perseguire si sono rivelate inutili se non addirittura controproducenti? Pertanto la discussione è andata a finire sull’utilità di certi atti medici, sul valore di certi interventi e sui criteri di validazione delle nostre scelte e quindi sulla Medicina Basata sulla evidenza (EBM). su questo punto l’intensità delle voci ed il tono della conversazione si sono nuovamente alzati e vivacizzati. Si sono riformate le fazioni contro e a favore. Le affermazioni di Sachett e Cochrane sono state sommariamente rivisitate e valutate:” Considerazioni di alto significato teorico e nessuno pratico”. “l’atto medico è un misto di scienza, di arte, di empiria che difficilmente può essere circoscritto entro gli angusti confini di regole più o meno rigide”.”Dall’EBM si possono ricavare informazioni e raccomandazioni per una buona ed appropriata pratica clinica…”. Indubbiamente la questione epistemologica, il problema del metodo e del paradigma da cui discende la nostra pratica quotidiana ci investe e spesso ci sommerge senza che i più se ne rendano conto. Quanti infatti sono convinti che ci troviamo di fronte ad un mero aspetto teorico, speculativo fine a se stesso e rimandano il tutto ad una pura riflessione di tipo filosofico non pertinente con l’attività del medico? Quanti sono consapevoli dell’inferenza che certe affermazioni hanno sul nostro lavoro quotidiano? Ecco dunque le non conclusioni delle nostre sudate discussioni sotto il sole d’Agosto. Quello che è certo però è che il medico oltre a fare il medico deve avere:
1) Una buona dimestichezza con sigle, acronimi e la lingua inglese.
2) Una buona conoscenza dell’uso dell’informatica.
3) Una capacità di interazione e comprensione del paziente da psicologo.
4) Una buona base filosofica per affrontare il problema del metodo del proprio lavoro con consapevolezza. Ma siamo sempre convinti di fare la professione giusta?
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Tiziano Scarponi

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