I MEDICI ITALIANI SONO ALLO SBANDO?

Riflessioni e considerazioni su la Questione Medica di Ivan Cavicchi che mettono sotto osservazione la professione medica in crisi da un punto di vista ontologico e sociale. 
Editoriale pubblicato sul Bollettino dell’Ordine dei Medici di Perugia n.2/2016
I MEDICI ITALIANI SONO ALLO SBANDO?   (seconda parte)
Sono diversi giorni che sto provando a buttare giù questo editoriale, ma ogni volta mi fermo dopo le prime due o tre righe e ricomincio daccapo…il motivo? Forse perché parto con il presupposto di dover fare il contradditorio alle affermazioni   di Ivan Cavicchi come avevo promesso nell’ultimo Bollettino, ma evidentemente non è quello che dentro di me sento di poter fare.
Ho letto e riletto diverse pagine della “Questione Medica” e molte altre considerazioni fatte dal Nostro in diverse circostanze e devo ammettere, come asserisce anche il collega Hanke nello scritto che seguirà, che purtroppo molte sue affermazioni corrispondono a verità.
Le cause che stanno determinando l’esistenza della ” Questione Medica” sono molteplici: dal tirare in ballo Zygmunt Bauman con la sua definizione di “società liquida” o parlare della crisi valoriale che sta spazzando via tutte quelle certezze che nel bene e nel male avevano guidato sino ad ora  la nostra società occidentale. Invocare la crisi economica che sta facendo maturare sempre più in maniera forte il concetto di  sanità come spesa piuttosto che come diritto. Sottolineare i cambiamenti di paradigma che di fatto hanno messo in crisi i fondamenti della scienza  positivista che ancora invece anima la medicina. Un nuovo concetto di salute che considera il paziente non più come un ricevitore passivo di consigli e terapie, ma come un soggetto attivo dotato di autodeterminazione, capacità di scegliere e portato all’ empowerment.
Difronte a questo scenario quale è stata la risposta nostra? Dispiace dirlo, ma si è risposto ignorando il problema e allora le conclusioni di Cavicchi sono forse giustamente impietose “……Nel momento in cui il ruolo storico è liquidato ma non ridefinito, cioè non è rimpiazzato con un altro ruolo deciso volontariamente dal medico, nasce la questione medica. Il saldo tra vecchio medico e nuovo medico non è a vantaggio del medico nel senso che ad un certo tipo di medico oggi corrisponde solo la sua negazione il non medico ma non la sua riaffermazione“. Ecco pertanto le responsabilità storiche della nostra categoria, soprattutto di chi istituzionalmente doveva essere in grado di anticipare il cambiamento prevedendo la complessità dei contesti, i cambiamenti in atto ed invece ha fatto finta di nulla o minimizzato la portata dei problemi. Ecco perché i medici sono “immanentisti”: pensano cioè solo al problema del giorno, vivono alla giornata. Ed ecco perché “….Oggi i medici si trovano male (molto male):
· perché quel peso sociale che avevano una volta non ce l’hanno più;
· perché il consociativismo con la politica al quale erano abituati non c’è più;
· perché è stata superata financo la concertazione, cioè essi sono stati esclusi dalle scelte e dalle decisioni;
· perché è in atto una trasformazione politico-istituzionale in ragione della quale il governo tende a diventare sempre più autorevole e centralista, e i medici nelle diverse istituzioni non solo non possono fare niente ma alla fine devono allinearsi;
· perché, come è stato già detto, le ragioni dell’economia ormai a proposito di
sovrastruttura non guardano in faccia più nessuno, medici compresi, cioè soprattutto con la crisi economica del paese, i giochi sono diventati altri“.
Tutto perduto? Tutto andato? Forse no! Lo stesso Cavicchi individua la causa che potrà determinare lo sblocco: l’immobilismo e il malessere della categoria medica non va certo a vantaggio del cittadino, ma determina uno svantaggio sociale a tutti i cittadini. Condizione indispensabile, però, è che i medici non indirizzino le loro energie e rivendicazioni per invocare il ripristino del ruolo e della modalità dell’essere medico di una volta, riproporre cioè dei modelli oramai superati e sepolti. La carta vincente è quella di una svolta, di una ridefinizione della propria figura alla luce dei nuovi modelli relazionali, gestionali e alla fine ontologici. Ne saremo in grado? Spero, anzi credo di si dopo che ho vissuto in quel di Rimini la 3° Conferenza Nazionale sulla Professione Medica ed Odontoiatrica dal titolo:” Guardiamo al futuro: quale medico, quale paziente, quale medicina nel SSN?” dal 19 al 21 maggio u.s. organizzata dalla FNOMCeO. Io stesso ho tenuto un intervento dal titolo:” Costruzione complessa della relazione di cura in medicina di famiglia” nella sessione Relazione di Cura e Gestione della Complessità, il cui testo può essere consultato nel mio blog: www.tizianoscarponi.blogspot.it.
In estrema sintesi estrapolo alcune considerazioni dal documento finale della conferenza che delinea il medico come: ” Un medico leader in una sanità complessa in cui il medico è chiamato a sfide future in un sistema di collaborazione con altre figure professionali, maturando caratteristiche diverse in particolare per fronteggiare le innovazioni tecnologiche che connoteranno il futuro assetto della medicina. Dovrà ricoprire il ruolo di garante e artefice della salute, gestendo la propria leadership in un sistema sempre più complesso e di fronte a una richiesta di salute e di risultati……  Il medico in Italia nei prossimi anni dovrà essere:
1) proattivo nell’affrontare l’innovazione, partendo dalle proprie radici.
2) detentore di competenze professionali che continuamente sviluppa e mantiene aggiornate;
3) detentore di un metodo scientifico e attento alla produzione di nuove conoscenze;
4) capace di ascoltare e comunicare con la persona nel bisogno;
5) capace di tener conto della dialettica tra risposta alla singola persona e quella alla comunità;
6) attento alla dimensione etica quotidiana della professione, partendo dall’adesione alle pratiche raccomandate e sostenute da evidenze scientifiche;
7) capace di esercitare una leaderschip professionale rispetto a colleghi, professionisti, pazienti e persone assistite;
8) cosciente del proprio ruolo sociale e politico: il fatto di poter intervenire sulla salute e sulla vita conferisce un potere di advocacy;
9) cosciente di essere un attore economico: determina e gestisce risorse economiche ingenti;
10) attento a perseguire il migliore continuo proprio e dell’organizzazione in cui è inserito, oltreché a dimostralo”.
Sarà solo una declinazione di buoni intenti? La storia lo dirà.
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Tiziano Scarponi

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