IL FOSSO

 

Il Fosso (di Sant’Anna)

Per quelli della mia generazione cresciuti nel quartiere Filosofi la parola fosso aveva un solo ed unico significato: il fosso che poi da più grandi abbiamo saputo chiamarsi di Sant’Anna.

Era un corso d’acqua perenne che scorreva dentro il vallone facente parte del sistema delle forre che insieme al Bulagaio, la Cupa e Santa Margherita si addentrano nelle viscere del colle su cui sorge la nostra città. Quando nel ’60 mi trasferii da Porta Sant’Angelo in via Leonardo Vinci mi sembrava di essere precipitato all’improvviso in un altro mondo: dalla penombra e dal labirinto dei vicoli, alla luce e agli spazi della campagna quasi aperta. Proverò a descriverlo come era allora e per come  appariva ai miei occhi allorché subito dopo il pranzo uscivo da casa, il civico 22, risalendo quel breve tratto che lasciava alla mia destra il caseggiato che ospitava allora le scuole elementari e adesso il negozio di frutta e verdura di Moretti e la macelleria Lupattelli.

All’altezza dell’attuale piazzale della scuola cominciava un prato che all’improvviso sprofondava, dove ora c’è la scuola stessa, attraverso un greppo scosceso e di discreto dislivello sempre fangoso e scivoloso, mentre più dolce  era la discesa rivolta verso nord che terminava in un fossetto che si superava con un piccolo salto.

Se mi affacciavo sul ciglio del greppo rivolto verso il centro storico mi si presentava questo panorama. Il letto e il percorso del fosso facilmente intuibile perché costituito da una profonda incisura costeggiata quasi per intero da pioppi cipressini ad alto fusto, che partiva dove ora c’è il poliambulatorio  USL di piazzale Europa e  che tagliava come una bisettrice tutto il vallone. Ad un certo punto, all’incirca dove ora c’è o c’era ( tanto che non ci vado)  la malridotta pista di pattinaggio, il fosso veniva incanalato in una grossa condotta di cemento costruita in loco che per qualche anno è rimasta così, in bella vista, fino a quando tutto il fosso è stato incanalato e poi tutta la condotta interrata. Sia a destra che a sinistra del corso d’acqua, l’area era occupata da orti e frutteti. L’attuale via Seneca, via Savonarola, Scarlatti, Vivaldi, Monteverdi, parte di via Fonti Coperte e le aree adiacenti che ora sono parco, pensatela, tutta questa aera, ad un continuo susseguirsi di terrazzamenti coltivati, attraversati da piccoli corsi di acqua che affluivano poi tutti nel fosso. La ragion d’essere di tutti questi orti era proprio la ricchezza d’acqua di questa zona, come se il vallone di Sant’Anna costituisse quasi un’area di drenaggio di questa parte di collina. I prati e gli orti erano le nostre praterie e le nostre piantagioni. Il fosso era il nostro Mississippi e nel tratto dove scavava quasi dei calanchi, all’incirca dove ora c’è il campo di calcio, era il nostro Colorado con il suo Gran Canyon.

Su quei corsi d’acqua abbiamo fatto di tutto: catturato girini e rane, prese al laccio salamandre, ramarri ( esistono più?) e lucertole, costruito dighe e fatto navigare barchette di carta. Facevamo continue razzie di prugne, mandorle, pesche e fichi.

Uno faceva da palo perché gli ortolani non scherzavano e ogni tanto qualcuno  di noi durante  la fuga “assaggiava” il loro vinco sulle gambe nude, ma questo faceva parte del giuoco, mai nessuno poi andava a piangere dai propri genitori per non ricevere come si diceva allora ” la “giunta”. Sotto l’ombra dei pioppi costruivamo capanne, che immancabilmente venivano distrutte il giorno dopo dalla banda ” nemica” di nostri coetanei. Sempre il fosso poi è stato il teatro delle nostre prime trasgressioni: sigarette, solo tabacco tengo a precisare, fumate in gruppo, racconti ” fantasiosi” di conquiste di ragazze, canzoni goliardiche di pessimo gusto……..così andava il mondo allora per la mia generazione.

 

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Tiziano Scarponi

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