IO, LA MONTAGNA E IL RESTO.

Pensieri a ruota libera.
Pubblicato sulla rivista IN CAMMINO n.10 del CAI seniores anno II n.10
IO, LA MONTAGNA E IL RESTO…..
A ben pensarci sino a quel momento la mia vita scorreva come scorrono le immagini di un film visualizzate in modalità “avanti veloce”  di un VHS o di un CD. Tutto scorreva senza possibilità di soste, di ripensamenti e riflessioni. Era giusto e normale: il lavoro, la carriera, il dover provvedere alla famiglia, i bisogni dei pazienti, preparare un futuro…….poi……fermo! Tutta quella corsa, tutto quel turbinio…..in un attimo. Un dolore violento al petto. Una sudorazione fredda. Una sirena che suona ed il mio corpo che va ancora veloce, ma non sono più io che vado e conduco. Ora sono trasportato e condotto, chissà per quale direzione e viaggio, ma che importa oramai. Per volontà del Buon Dio o della sorte, non lo so, sono di nuovo a casa mia. Tutto però è diverso. Mi è stato detto di stare a riposo, mia moglie mi ha sequestrato le chiavi dell’automobile, i miei colleghi mi hanno trovato un sostituto. Tutto è passato e andato per il meglio, però…però! Va bene, va bene: via le sigarette, mettiamoci pure a dieta, restiamo per un periodo lontano dallo stress e vediamo di fare anche un po’ di movimento e attività fisica, sarà proprio il caso di cominciare. Il “percorso verde” del Pian di Massiano di Perugia sta lì oramai da diverso tempo. E’ senza dubbio l’ideale: pianeggiate, ombroso, pieno di gente…..tanta gente, anzi, troppa gente. Ogni dieci passi sono costretto ad una sosta per salutare questo o quell’altro: conoscenti, vecchie compagnie che non vedevo da anni, miei pazienti cardiopatici che mi danno il benvenuto fra loro. Non è possibile! Tutto questo mi infastidisce, starò per diventare misantropo, ma è meglio allontanarsi un po’. Proviamo a prendere la strada che sale su per monte Pulito, è in salita, è vero, ma che sarà mai! Non senza timore arrivo sul pianoro di Città della Domenica e davanti a me si stende il panorama della mia Perugia che sembra non si sia minimamente accorta di quello che mi è capitato…..alla mia destra scorgo San Sisto  e Madonna Alta. il familiare profilo ondulato della città è interrotto dai campanili di San Pietro, San Domenico. Sulla sinistra il quartiere di monte Grillo e ancora più a sinistra l’arrotondata cresta del Monte Tezio……quante volte avevo detto a me stesso di andarci e non ho mai trovato il tempo. Quasi, quasi! Appena fatto l’elettrocardiogramma sotto sforzo, se i cardiologi mi danno il via, mi organizzo. Sono con Ettore, in montagna è bene non andare da soli. Parcheggiamo l’auto nei pressi del cancello dove inizia il Parco del Monte Tezio: scarponi che fasciano le caviglie, abbigliamento a “cipolla”, zaino con dentro di tutto e di più, bastoncini telescopici e l’avventura può iniziare. La salita è sempre la salita, anche se non eccessivamente ripida, lo stradone che arriva sino a quel casotto di pietra  da dove poi si dipartono tre percorsi, sale su “diritto per diritto” e senza un minimo di riscaldamento le gambe sembrano troncarsi, anche il respiro si fa pesante e senti il cuore battere nelle tempie……speriamo bene! Con la scusa di bere mi fermo e cerco di riprendere fiato e tranquillizzare me stesso….va tutto bene e possiamo seguitare a salire su per la carrabile che si inerpica a serpentone per il fianco del monte. Man mano che si susseguono i tornanti il fiato migliora, non si sente più il martellare del cuore e l’ansia sparisce lasciando il posto ad una sensazione di piacere. Il piacere dato dalla vista degli alberi e degli arbusti, dal profumo di bosco che sa di muschio umido della guazza del primo mattino, dal cinguettio degli uccelli e dall’abbaiare lontano dei cani, il fruscio del vento…..poi tutto sparisce, tutto seguita ad esistere, ma tu sei da un’altra parte: il cervello ritorna a quella sera, all’ospedale, mia moglie, il mio lavoro…..ma non c’è più quell’ angoscia di prima, sembra tutto calmarsi, anche le immagini di quella notte sembrano come se sia calata una specie di nebbia, i ricordi sembrano anestetizzati e anaffettivi…..Ma guarda! Siamo arrivati ai prati sommitali. Qualche mucca qua e là, l’erba profuma di verde e quel po’ di brezza che in cresta non manca mai rende fredde le tue guance e le tue mani che contrastano con il calore del resto del corpo bagnato dal sudore. Gli ultimi passi e siamo in cima. Che spettacolo! Davanti a me il profilo dell’Appennino: il  monte Nerone, il Catria con il suo Corno, il Cucco ed il Serra Santa e dietro il Subasio si profilano, sfumati dalla foschia, i Sibillini. Mi giro ed alle mie spalle monte Malbe e poi di seguito l’inconfondibile orizzonte del Trasimeno con l’isola Polvese e dietro la sagoma dell’Amiata e del Cetona. E’ stata una fatica, ma la visione del mio territorio dal tetto mi ripaga. Il vento muove l’erba come a formare delle piccole onde del mare, il cielo è un celeste timido ed il sole non è ancora alto, i rumori naturali della montagna fanno da sottofondo piacevole e posso rilassarmi….sono soddisfatto. Soddisfatto di essere in cima e soprattutto di avercela fatta. Posso chiedere ancora qualcosa al mio cuore e anzi, mentre inizio a discendere, mi giro ancora a guardare i monti all’orizzonte con sfida: aspettatemi che adesso tocca a voi. La sfida è continuata e continua ancora. Il Tezio è stata la mia partenza, il Subasio la mia presa di coscienza e poi sono arrivate in processione tutte le cime dell’Umbria. Ho affrontato anche percorsi impegnativi come le  vie ferrate delle Dolomiti del Brenta e persino il ghiacciaio del Cevedale ed ogni volta si ripete la stessa storia: sfida, ansia, piacere, preoccupazione….insomma è un’ambivalenza continua fra il fare e il non fare, volere e non volere. Quante volte mentre senti mancare il fiato e le gambe spezzarsi ti chiedi perché? Quale motivazione nel  “tribolare” e spesso rischiare? Mio padre quando parlo delle mia escursioni, dei miei pernottamenti nei rifugi fra russamenti e cattivi odori, delle “cappellate” d’acqua durante gli acquazzoni che non ti danno possibilità di scampo e della paura dei fulmini durante un temporale che ti sorprende in quota mi ripete sempre:” Chi te lo fa fare?” Non rispondo. Non rispondo perché non ho risposte razionali, sapendo che probabilmente mi può capire solo chi condivide certe esperienze e certe passioni. Provo a rispondere narrando un’escursione, una delle prime fra quelle un po’ impegnative, che senza dubbio è più eloquente di tante affermazioni astratte e quasi banali, di circostanza. E’ oramai estate inoltrata, ma è una di quelle estati piovose con un caldo vero che non arriva mai. Una di quelle estati tipicamente umbre dove la notte ed il mattino presto fa sempre “fresco” e un maglioncino a portata di mano fa sempre comodo. Insieme a quattro o cinque colleghi parcheggio l’auto a Forca di Presta con l’obiettivo di arrivare daccapo al Vettore. E’ la mia prima salita alla cima più alta dell’Umbria, anche se dovrei dire delle Marche, e la cosa sotto sotto come al solito, da una parte mi affascina e dall’altra mi preoccupa. L’aria dei Sibillini a quest’ora di primo mattino è piuttosto frizzante e un po’ di nebbiolina rende l’atmosfera delicatamente misteriosa. Mentre saliamo con passo lento e deciso, il silenzio viene ogni tanto  “sfessurato” da un non lontano rintocco di campanaccio di mandria o da qualche colpo di tosse. Ben presto il corpo si riscalda e arriva la mia familiare sudorazione da sforzo, il fiato comincia a stabilizzarsi e tutto il resto del corpo si mette in sintonia con quello che c’è intorno e con quello che devo fare. Ogni tanto uno sguardo indietro per capire quanta strada hai fatto ed uno sguardo in avanti in alto per capire quanta ne devi fare ancora…. ecco,  comincia a far capolino il profilo del rifugio Zilioli, ma accidenti! Quanto è lontano…..forse stavolta non ce la faccio! Me lo avevano detto che era tutta una pettata diritto per diritto, ma non pensavo proprio così! Come al solito io e Sandro che siamo i più pesanti chiudiamo il gruppo, ma vedo che questa volta anche i più bravi non ci hanno staccato più di tanto. Siamo oramai abbastanza vicini alla sella dove si impianta lo Zilioli e la mulattiera si è fatta ripidissima e con il fondo tutto scoglio, spolverato da un brecciolino, che ti fa scivolare che è una bellezza. Con passo cauto arriviamo finalmente al rifugio, dove posso riprendere fiato e bere dalla borraccia. Alla mia sinistra la Cima del Lago, davanti in lontananza la Sibilla con la sua fiancata sfregiata dalla carrareccia che forma la zeta di Zorro, alla mia destra la cima del Vettore vero e proprio. Mentre iniziamo a riprendere il cammino sento che il gruppo discute sulla possibilità di scendere al lago di Pilato e passare per Forca Viola per tornare, ma non si rendono conto  che diventerebbe un giro immenso. Durante la breve salita dalla Sella delle Ciaule  alla vetta si alza un vento abbastanza forte da costringerti ad indossare il giacchetto. Quando sei sul pianoro di cima, il sentiero si perde in mezzo alle rocce basse. Tutto il gruppo che marciava quasi in fila indiana si apre a ventaglio ed il vento diventando più forte crea quell’incantesimo strano di isolamento, non senti più infatti i rumori degli altri, resti solo con i tuoi pensieri, con il vento che fischia negli orecchi, con le gambe che rinvigoriscono vedendo l’approssimarsi della meta. Arrivo al cospetto di una bassa Croce issata su uno speroncino. Alla base qualche fiore appassito, quello che resta di qualche statuetta sacra logorata dalla pioggia ed il gelo…una targa di lamiera su cui è scritto:” Tante strade portano a Dio, una passa per qui”…..Sento il respiro tornare affannoso, la muscolatura del viso e delle spalle irrigidirsi…che succede? Mi accorgo che sto piangendo, sto singhiozzando e lacrimando come un bambino! Spero che gli altri non se ne accorgano…..ma poi che mi frega! Il vento ha reso il cielo terso e limpido di un azzurro incredibile, davanti a me si erge maestosa e imponente la parete della Cima del Redentore, alla mia destra comincia a scendere la Cresta del Torrone ed io sento il mio cuore battere forte per l’emozione…E’ questa emozione, è questa sensazione di pace e di conquista dopo la tempesta che ti spinge sempre ad andare su, a salire, ad arrivare sulla cima. Ti senti sul tetto, all’apice……più vicino a Dio.
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Tiziano Scarponi

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