IO SONO UN MEDICO LENTO

La slow medicine come metodo di presa in cura del paziente.
Editoriale pubblicato sul Bollettino dell’Ordine dei Medici n 02/2014
IO SONO UN MEDICO LENTO……….
L.C. è una signora di 90 anni che vive al sesto ed ultimo piano di un palazzo senza ascensore insieme a suo figlio non sposato di 66 anni. E’ affetta da molteplici quadri patologici tra cui una demenza in fase avanzata a suo tempo inquadrata come tipo Alzheimer. Il mese scorso, di notte, a causa di una crisi respiratoria, è stata ricoverata in ospedale dal 118 e dopo pochi giorni è stata dimessa con la prescrizione di ossigeno liquido accompagnata da queste testuali parole riferitemi dal figlio:” Siamo consapevoli della difficoltà di questa terapia, ma secondo le linee guida la concentrazione dell’ossigeno nel sangue era tale da imporci questa scelta”.
” Vede dottore!” mi dice il figliolo” Adesso dovrò trovare qualcuno che si alterni con me in modo continuo, per far tenere la mascherina dell’erogatore a mia madre, che continuamente se la strappa e toglie di dosso…….E’ proprio un bel guaio….se i suoi colleghi non mi avessero inchiodato con il rispetto delle linee guida, ne avrei fatto a meno……e poi? Servirà a qualcosa?”.
G.U, uomo di 87 anni è oramai in fase terminale per una carcinosi peritoneale. E’ ridotto ad un’ombra di se stesso, ma uno dei figli che vive a Milano e che non si era mai fatto vedere prima, anzi, ne ignoravo l’esistenza, ha ritenuto opportuno chiamare a mia insaputa un illustre clinico in pensione che ha consigliato di somministrare eparina a basso peso molecolare per prevenire l’embolia polmonare da immobilizzazione ed un’emocoltura per capire da quale agente patogeno fossero dovute le continue crisi febbrili che il Nostro presentava. I familiari mi chiedevano come poter far fare il prelievo durante il rialzo termico e se potevano avere pertanto un prelevatore disponibile a stare al capezzale del paziente in attesa che si presentasse il momento opportuno ” per prendere il sangue”.
T.M.  35 anni è una paziente che ho visto nascere e che ho seguito sin da quando ancora non era normata la pediatria di libera scelta. Si presenta a studio per la prescrizione delle analisi previste al terzo mese di gravidanza e con tono di disappunto, mi riferisce come la sua ginecologa l’abbia apostrofata per il fatto che lei non aveva nessuna intenzione di fare amniocentesi o qualsiasi altro accertamento legato alla eugenetica in quanto poi lei, per nessuna ragione al mondo, avrebbe interrotto la gravidanza:” Mi ha detto che sono un’incosciente ed una egoista! Che se ci fosse stato qualche problema avrei scaricato il peso delle mie decisioni sulla collettività e che così non si faceva!”.
Come possiamo commentare tutto ciò? Che risposte avreste dato? Sono consapevole che questi casi hanno anche una inferenza bioetica, ma comunque sia sono la logica  evoluzione di un certo modo di concepire e vivere la Medicina.
Non manca occasione, navigando su social network o incrociando colleghi in riunioni istituzionali o private che il discorso scivoli sulla lamentela e sulla critica di come sia diverso il modo di fare il medico rispetto a quando abbiamo cominciato a lavorare: la medicina sta impazzendo, tutti pretendono tutto, ieri mi è morto un paziente di 94 anni e i familiari mi chiedevano il perché, un mio paziente ultraottantenne vuole fare il PSA ogni tre mesi e così via….Penso che ognuno di noi abbia ben presente questi “vissuti” che oramai fanno parte della nostra quotidianità e che oltre ad infastidirci su di un piano personale ci preoccupano fortemente per le ricadute sul sistema  sanità che queste comportano. E’ una moda? E’ una consuetudine? E’ il normale pedaggio da pagare per il progresso e la modernità della scienza medica? Non sono in grado di specificarlo, ma quello che deve essere chiaro per tutti, che è in giuoco la sostenibilità di tutto il servizio sanitario nazionale con la inevitabile implosione verso cui stiamo inesorabilmente andando, se non intervengono alcuni cambiamenti.
Prima cosa da fare è quella di smettere l’inutile piagnisteo e smettere di  aspettare la “mano santa” che dall’alto risolva i problemi per tutti. E’ ora di dare contenuto e forma alle nostre lamentele trasferendole in posizioni mature, creative e propositive.
Io ho aderito al movimento “Slow Medicine” che può essere considerata la risposta italiana alla campagna ” Choosing Wisely” ( scegliere con saggezza) dell’American Board of Internal Medicine Foundation che  insieme ad altre numerose società scientifiche ha stilato una lista di pratiche mediche inutili se non dannose invitando a discutere insieme medici e pazienti in merito all’appropriatezza ed utilità di indagini diagnostiche e procedure terapeutiche.
Slow Medicine si definisce un movimento per una medicina sobria: fare di più non vuol dire fare meglio.Giusta: cure appropriate e garantite per tutti. Rispettosa: valori, desideri ed aspettative delle persone sono inviolabili.
Date queste premesse ogni volta che prescriviamo un accertamento od una terapia, dovremo sempre cercare di capire quale sia l’appropriatezza, se il paziente ne tragga un vero vantaggio oppure se i benefici siano rivolti verso qualcun altro che in modo più o meno palese lucra sulle “pelle” degli altri.
Come dice Giorgio Bert, uno dei fondatori del movimento, dichiararsi di praticare una Slow Medicine significa di prevedere un atteggiamento mentale aperto, di avere come proprio bagaglio culturale ed operativo:” il counselling; la medicina narrativa; l’analisi e la valutazione della qualità degli interventi; la prevenzione e l’educazione terapeutica del paziente; l’esperienza autobiografica e la conoscenza di sé da parte del medico; le medical humanities; l’invenzione e l’uso nella pratica professionale di determinate strutture linguistiche come ad esempio la metafora. Slow Medicine insomma è un metodo, o per meglio dire un’epistemologia che ci unisce senza tuttavia omologarci: l’omologazione infatti, in quanto cancellazione della diversità, è una scorciatoia mentale, una arbitraria semplificazione di ciò che è complesso e, in quanto tale, è sempre fast.       Perché un’epistemologia? Perché Slow Medicine è una teoria della conoscenza: non solo della conoscenza scientifica (ovviamente necessaria) ma della conoscenza di uomini e donne in quanto persone oltre che medici e pazienti… “Medici”? Sì, anche medici! La conoscenza è prima di tutto conoscenza di sé, dei propri pregiudizi, della proprie convinzioni, delle proprie presunte certezze. Il medico slow conosce, o si sforza di conoscere, innanzi tutto se stesso”.  
Mi piace chiudere questo editoriale con l’elenco dei sette veleni del pensiero medico: le false certezze che in questo momento vanno tanto alla grande.

NON E’ VERO CHE……
·       Nuovo è meglio.
·       Tutte le procedure utilizzate nella pratica clinica sono efficaci e sicure.
·       L’uso di tecnologie sempre più sofisticate risolverà ogni problema di salute.
·       Fare di più aiuta a guarire e migliora la qualità della vita.
·       Scoprire una malattia prima che si manifesti attraverso i sintomi è sempre utile.
·       I potenziali “fattori di rischio” devono essere trattati con i farmaci.
·       Per controllare meglio le emozioni e gli stati d’animo è utile affidarsi alle cure mediche.
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Tiziano Scarponi

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