MINI BAR DI VIA LEONARDO DA VINCI AL TEMPO DI BENITO…..NATALICCHI.

 

Ci sono fatti, ci sono particolari, ci sono uomini che nella vita ti segnano. Fanno in modo cioè che la tua storia, nel nostra caso, la storia di una via, di un quartiere, molto probabilmente non sarebbe stata quella che si è sviluppata,  che è accaduta e di cui noi oggi siamo tutti degli attori, ma forse sarebbe stata diversa e anche ognuno di noi  forse potrebbe  essere diverso da quello che è.

Spesso mi domando, infatti, come sarebbe stata via Leonardo da Vinci senza che il nostro Benito e il nostro Mini Bar non avessero rappresentato per tanti ragazzi della mia generazione non solo un punto di ritrovo, ma passatemi il termine, anche un punto di riferimento emotivo, di confronto, una camera di compensazione, cioè, per tutti quei dubbi ed incertezze che ogni adolescente prova e vive dentro la propria pelle.

Parlare di Benito di quegli anni coincide con il parlare del Mini Bar, come se si trattasse di una cosa unica e non sarebbe possibile per me, infatti, pensarla in modo diverso da come in questo momento affiora alla mia mente: visibile dal busto in su, in quanto sempre dietro il bancone, con i capelli ricci castano chiari, bassa statura, sguardo dispettoso ed impertinente, con  sempre indosso la sua giacchetta bianca da barista. Io l’ho conosciuto quando è venuto ad abitare in via da Vinci al n.20 e contemporaneamente ha aperto il ” barretto” proprio davanti al piazzale della scuola elementare intitolata al pedagogista Giuseppe Lombardo Radice.

Raccontava suo padre Martino che  aveva molto sperato  di vedere Benito “raddrizzato” dal servizio militare, ma non c’era stato nulla da fare….anche in quell’occasione era stato messo a preparare i caffè al bar della caserma e che dopo pochissimo tempo non lui, ma la caserma si era adeguata alla sua filosofia. In effetti la filosofia di Benito era veramente contagiosa: non prendere mai niente sul serio, ironia globale, ogni ” arrabbiatura” non più di cinque minuti, dare sfogo alla propria creatività in modo totale  e dirò poi come. Aveva il dono innato dell’empatia e poi aveva una capacità,  anche questa innata, ma  senza dubbio affinata dall’esperienza quotidiana e continua, di capire al volo chi avesse davanti a sé.

Io spesso lo osservavo, mentre seduto al tavolo leggevo i quotidiani che metteva a disposizione della clientela, come in pochi istanti riuscisse ad inquadrare il cliente che entrava nel locale, ad anticiparlo e a gestirlo. A ogni categoria di avventore rifletteva l’immagine più consona e pertinente: serio e professionale con il cliente distinto e di poche parole, più confidenziale con quello abituale con cui in qualche modo aveva familiarizzato, ironico e scanzonato con chi se lo poteva permettere.

La sua giornata lavorativa era molto dura ed impegnativa. Cominciava il mattino verso le 7 per essere pronto a servire le colazioni e le merende di tutti coloro che gravitavano verso la scuola elementare e materna. Poi venivano gli impiegati degli  uffici del circondario, tutti i clienti di passaggio, i pensionati abili e disabili che trascorrevano lì gran parte della mattina. Proseguiva con gli aperitivi all’uscita della scuola e dopo un breve pasto consumato dietro il bancone andava avanti con i caffè  e i digestivi del dopo pranzo. Il pomeriggio era il turno di noi ragazzi, che consumavamo sempre molto poco, ma per lui questo non era mai stato un problema. Il tardo pomeriggio capitavano gli impiegati che chiudevano gli uffici e gli operai dell’ICOT (*) e si arrivava alla cena, sempre consumata all’interno del bar. La faticosa giornata di Benito si chiudeva verso mezzanotte  con la conclusione delle partite di carte degli abituali clienti serali.

Un vero e proprio “tour de force”! Circa 18 ore di lavoro continuato, senza nemmeno la pausa pasti, con la sigaretta quasi sempre in bocca o appoggiata in qualche spigolo del bancone a consumarsi da sola come una candela. Una modalità di lavoro veramente usurante che ha  avuto poi senza dubbio una pesante ripercussione sui problemi di salute del nostro Benito, problemi che anni dopo ho dovuto gestire come suo medico di famiglia. Mi piace però ricordarlo quando era nel vigore dei suoi migliori anni, quando l’ho visto collezionare di tutto e mettere poi in bella mostra i suoi trofei dentro il bar: i quadri dei motociclisti, le vecchie radio a valvole, i minerali, i fossili, i modellini di automobili, i trenini….ma il massimo fu con gli animali di piccola taglia ( tartarughine lacustri, un merlo indiano, pappagalli, porcellini d’india e cincillà). Oppure mi piace ricordare quando a qualche avventore  che chiedeva in maniera quasi ossessiva con che cosa  fosse farcito quel panino o  quel sandwich rispondeva  con :” trifoglio, erba medica e granturchetto!”. Potrei andare avanti per ore a descrivere tutte le scenette, tutti gli episodi di scanzonata allegria, tutti i personaggi che si susseguivano al bar. Da tutto ciò oramai ne è venuta fuori una vera e propria mitologia che immancabilmente viene rievocata quando ” noi ragazzi del Mini Bar” oramai maturi e stagionati facciamo la nostra rimpatriata annuale.

In questa occasione, invece, voglio  sottolineare come Benito  sia stato per tanti di noi un punto di riferimento, quasi un fratello maggiore che forte della propria esperienza si rapportava e relazionava con noi in un confronto continuo e discreto, sapendoci indicare come superare le crisi e i dubbi in cui noi adolescenti incappavamo.

Le incomprensioni generazionali con le nostre famiglie, le nostre ansie nel rapporto con l’altro sesso, le perplessità sulle scelte  da fare a qualsiasi livello venivano metabolizzate con lui, come se fosse stato una specie di confessore laico. Allora non me ne accorgevo, ma adesso con il senno del poi, posso affermare che molti di “noi ragazzi del Mini Bar” abbiamo potuto godere in modo scherzoso, ma talora anche deciso dei suoi consigli che ci hanno sostenuto e guidato in tante situazioni.

Un esame non superato, una crisi ” sentimentale”, una discussione con i propri genitori, una compagnia pericolosa…….quasi tutto insomma con Benito trovava una naturale rielaborazione e risoluzione.

C’è di più. Negli anni ’70 non esistevano i servizi sociali di adesso. L’assistenza agli anziani con gli attuali presidi come la ” casa quartiere”, i diurni o residenze assistite erano probabilmente ancora dei concetti di là da venire, ma in modo del tutto spontaneo ed empirico, il Mini Bar ha rappresentato anche questo. Mi tornano alla mente, infatti, signori emiplegici ed afasici che venivano messi a sedere dai propri familiari ai tavoli del locale ed affidati alla custodia del nostro Benito. Lo stesso, poi, si preoccupava di dargli da bere, di accompagnarli a braccetto al bagno o di telefonare per richiamare i familiari se si presentava qualche problema. Gli anziani, i pensionati in genere poi, trascorrevano intere mattinate giuocando a carte, commentando la cronaca e la politica del tempo, insomma possiamo tranquillamente affermare come il Mini Bar per un certo periodo abbia rappresentato un vero e proprio punto di aggregazione sociale in cui Benito era il direttore, il gestore e l’animatore.

Tutto questo però ad un certo punto finì. Il Nostro cominciò a sentire la stanchezza e la fatica di quel ritmo lavorativo e mi piace chiudere così, con questa immagine.

Quando Benito per la prima volta  accusò un attacco di panico, come mi ha raccontato chi era presente, all’arrivo dell’autoambulanza che lui stesso aveva chiamato, licenziò tutti i clienti, chiuse le saracinesche del bar, spense la sigarette e mentre si sdraiava sulla lettiga esclamò rivolto a tutti gli astanti:” Arvedecce se ce la farò!”.

 

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Tiziano Scarponi

1 comment

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    Simona

    Ritratto pressoché perfetto per quanto io ricordi del minibar di Benito 👏👏

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