O TEMPORA O MORES

Riflessioni sulla evoluzione della medicina in parallelo con l’evoluzione della società.
Editoriale del Bollettino dell’Ordine dei Medici della Provincia di Perugia n 04/2012 01/2013
Come sempre capita da un po’ di anni a questa parte, l’autunno propone una miriade di eventi ECM. Quasi ogni sabato, infatti, l’agenda offre corsi e congressi di diversi argomenti e discipline che, oltre a costituire dei validi momenti formativi, sono occasione per incontrare colleghi che non vedi magari da qualche tempo. Sono di solito colleghi che operano in comuni abbastanza lontani dal capoluogo, in realtà rurali e di piccolo paese e che ti danno la possibilità pertanto di poter tastare il polso a quello che accade e  su che tipo di aria si respira in periferia.
“Caro Tiziano, se Dio vuole fra due anni, andrò in pensione. Perché vedi questa di adesso, non è più la mia medicina! La medicina per la quale avevo studiato, la medicina di famiglia per la quale a suo tempo avevo scelto di lasciare la città per trasferirmi quasi sulle creste dell’Appennino. Fino a qualche anno fa ero il Dottore del paese, tutto mi veniva detto. Ero chiamato dalla gente per risolvere problemi di salute, per sedare liti familiari e persino per dare consigli su acquisti importanti. Se arrivavo a domicilio del malato durante l’ora del pranzo, era quasi obbligo mettersi a tavola con loro, ed ora? La mia preoccupazione più grossa è come difendermi da loro, è come evitare di incappare in eventuali denunce o maldicenze, ma si può andare avanti così?”
 Non nascondo di essere rimasto perplesso nel sentire queste parole proferite da un collega che ricordavo, ai tempi dell’università, brillante e preparato. Che per di più lavora in “campagna” dove davo per scontato la persistenza di certi rapporti e relazioni umane, ma evidentemente la globalizzazione travolge tutto e tutti.
Anche questo medico di medicina generale pertanto, va ad accrescere la schiera di quelli che affermano che ormai la medicina di famiglia non è più quella di una volta, che non ne vale più la pena, che per colpa di qualcuno la nostra professione è screditata e oramai non ci resta che piangere. Le colpe di tale trasformazione sono addossate alle sigle sindacali che non hanno avuto la fermezza nelle trattative, all’Ordine dei Medici che non è stato in grado di vigilare, alle Società Scientifiche che hanno proposto modelli assistenziali ed operativi che di fatto stanno “prostituendo” la professione….. Ed io stesso che in un certo qual modo rivesto od ho rivestito tutti questi ruoli istituzionali sono spesso  guardato con sospetto e vengo “recuperato” solo a livello personale.
Non mi sento assolutamente sul banco degli imputati e non ho certo bisogno di arringhe difensive, mi piace, però, lasciarmi andare ad alcune considerazioni fatte un po’ a ruota libera.
La medicina di famiglia di adesso non è più quella di una volta. Senza dubbio è vero, ma invertiamo i termini: la famiglia di adesso è più quella di una volta? Da quando quelli della mia generazione hanno iniziato a lavorare, fine anni ’70, quanto è cambiata la nostra società, la nostra città, la nostra comunità? Non sono in grado di analisi e studi sociologici o antropologici, ma basta riportare degli spaccati di vita quotidiana, che sembrano banali, ma per un occhio più attento, possono costituire dei campioni rappresentativi del cambiamento dei tempi.
E’ l’inizio di una domenica pomeriggio come tante e sono seduto sulla mia poltrona rilassato e appisolato davanti ad un televisore acceso che trasmette un programma che assolutamente non seguo. Arriva mia figlia quattordicenne con il “tablet” aperto che mi chiede di acquistarle con la mia carta di credito il biglietto di un film che fra un’ora circa sarà proiettato presso la multisala cinematografica di Ellera di Corciano. Faccio tale prenotazione potendo scegliere anche la poltrona vicina a quella prenotata dalla sua amica e fra uno sbadiglio ed una raccomandazione l’accompagno con l’auto alla sopraddetta struttura. Durante il tragitto è tutto uno “smessaggiamento” con il suo telefonino per radunare la tribù degli amici e mentre mi saluta e scende dall’auto la osservo confondersi con la folla variegata e multicolore degli adolescenti.
Mentre ritorno, rifletto su come sia mutata la modalità dell’andare al cinema rispetto ai miei tempi, perché è vero che mia figlia va  al cinema come facevo spesso anche io di domenica pomeriggio, ma quante cose sono cambiate? Innanzitutto il ruolo del centro storico della nostra città. La tecnologia che permette di sapere quali film siano in programmazione e la possibilità dell’acquisto del biglietto che eviti le code al botteghino. Il modo di fissare l’incontro con gli amici ed altro. Io andavo al centro con l’autobus o a piedi, il più delle volte ignorando quale film avrei visto perché sarebbe stato deciso insieme al gruppo di amici, dopo una lunga trattativa, nel luogo d’incontro usuale: davanti al bar Medio Evo di Corso Vannucci.
L’inferenza di tali cambiamenti si commenta da sola.  Allora io chiedo e domando soprattutto ai colleghi di medicina generale che accusano il sindacato, l’ordine dei medici e le società scientifiche di non essere state in grado di “impuntare i piedi “per impedire la deriva o meglio, impedire che cosa? Il cambiamento dei tempi? L’evoluzione della società e del mondo?
Perché troviamo normale il cambiamento che c’è stato in questi ultimi trenta anni quando entriamo in una banca, in un ufficio postale, all’anagrafe o semplicemente nel  vedere il cruscotto della nostra auto ma si urla al sacrilegio se si deve cambiare il nostro ambulatorio ed anche il nostro modo di lavorare? Ed il peggio ( o il meglio) poi deve ancora venire!
L’onorevole Barani, relatore alla camera  del decreto che porta il nome del nostro ex ministro della salute Balduzzi, nel commentare l’articolo 1 che prevede il riordino dell’assistenza primaria, ha usato queste parole: “……Quindi, con queste riorganizzazioni noi crediamo di aver portato avanti una rivoluzione copernicana nella sanità, nel senso che non vi è più un rapporto paziente-medico, ma un rapporto paziente-strutture multidisciplinari, aggregazioni” che pone la parola Fine sul rapporto medico paziente spostando la scelta del medico non più ad personam ma vs. struttura. “.
Rinuncio a commentare tale proposizione con la speranza che si possa sviluppare un dibattito vero sulle conseguenze di tale affermazione di principio, mi preme, però, porre l’accento su due punti tralasciando di proposito gli aspetti economici, di risorse, di organizzazione che per assurdo considero risolti.
1)   E’ pensabile perdere la propria identità individuale uniformandosi ad una struttura e rimanere liberi professionisti?
2)   La perdita del rapporto paziente-medico non potrà provocare anche la perdita del rapporto medico-paziente come è tradizionalmente inteso?
 Quello che è certo che  questa rivoluzione copernicana dovrà comportare una completa riscrittura della medicina generale  da come viene praticata oggi e se questa porterà ad un miglioramento, come al solito solo il tempo potrà dirlo. Il tempo………ma che è il tempo?
Quid ergo est tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti esplicare velim,nescio
(S. Agostino, Confessioni, libro XI, 14,17)
“Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so, se qualcuno mi chiede di spiegarlo lo ignoro”.

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Tiziano Scarponi

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