SIAMO ARRIVATI ALL’ERA DELLO SMARTDOCTOR!

Il medico oggi in overbooking di richieste. 
Editoriale pubblicato sul Bollettino dell’Ordine dei Medicie Chirurghi della Provincia di Perugia n.2/2018
SIAMO ARRIVATI ALL’ERA DELLO SMARTDOCTOR!
 Tutte le mattine mi sveglio al suono del mio smartphoneche giace in ricarica  sul comodino. Tocco con un dito il vetro del suo displaye questo si tacita. Vado, sbadigliando, in cucina per preparare il mio tè e mentre aspetto che sia pronta la bevanda e sto prendendo contatto con la realtà sento venire dalla camera il caratteristico “suonino” di qualche notifica che sta arrivando al mio cellulare. Bevo il mio tè, torno in camera e con gesto quasi automatico prendo lo smartphonee vado al bagno dove il rito mattutino prosegue con la fisiologica seduta mentre scorro le videate. Per prima cosa scarico la posta elettronica cancellando tutto lo spam e quello che non mi interessa, mi soffermo su quei tre o quattro messaggi utili e già qui trovo qualche richiesta di prescrizioni o referti di accertamenti ” scannerizzati” ed inviati. Una giratina veloce su FaceBook per vedere se c’è qualche post intelligente o notizia o gossipdegno di nota e poi vado ad aprire le notifiche che seguitano ad arrivare. Qui domina il regno di WhatsApp con messaggi di testo che richiedono ricette, oppure dettagliate descrizioni di sintomi con la speranza di una diagnosi ” al volo”, ma non mancano foto di dimissioni da reparto ospedaliero e foto di papule e neoformazioni cutanee  che pretendono di essere interpretate on-line.
Se si tratta di un lunedì o di un giorno post festivo le notifiche seguitano ad arrivare in discreta quantità anche durante il tragitto verso l’ambulatorio. Qui dopo aver acceso il computer con la cartella, o meglio, con il data base gestionale dei dati clinici dei pazienti, ascolto tutti i messaggi vocali della segreteria telefonica e contemporaneamente stampo o invio via email tutte le richieste che sono state dettate in orario di chiusura dello studio.
Voglio precisare, inoltre, che durante tutto questo bombardamento ho risposto anche a qualche  telefonata dispensando consigli, valutare se dover fare una  vista domiciliare o magari dover rispondere anche a qualche collega che chiedeva supporto sindacale.
Che significa essere smart? E’ un aggettivo preso in prestito come al solito dal vocabolario inglese che tradotto alla lettera vuol dire: intelligente, veloce, brillante, abile. Pertanto quando diciamo che una persona è smartla intendiamo come una persona intelligente, veloce nell’apprendere e abile nel rispondere alle novità e agli stimoli del mondo esterno come capita di dover fare sempre più nella vita contemporanea. Smartpertanto è sinonimo di adattamento, di competitività nell’adeguarsi alle nuove realtà evolute che la tecnologia ci sta offrendo.
Essere smart, nel caso nostro, significa lavorare in una modalità di connessione continua e, volendo essere più precisi, significa anche  essere multitasking. Anche quest’ultima parola è mutuata dal vocabolario inglese che indica nel linguaggio informatico un programma operativo capace di usare più applicazioni contemporaneamente: in modo traslato si riferisce alla modalità di lavorare facendo più cose quasi contemporaneamente.
Allora! Senza addentrarci in questioni profonde di neuroscienze, di psicologia e di sviluppo lavorativo, cosa di cui non ho certo la competenza, cerchiamo di capire meglio questa realtà, come si stia sempre più affermando e quali siano le conseguenze e quali potrebbero essere gli scenari futuri.
Ho fatto, su questo argomento, il copia incolla di alcune affermazioni che ho trovato nel web, ve le propongo. La prima è di Earl Miller, neuroscienziato del Massachusetts Institute of Technology di Boston:
“Il nostro cervello “non è cablato bene” per il multitasking. Quando la gente pensa di fare multitasking, in realtà sta solo illudendo se stessa, passando da un compito a un altro molto rapidamente. Ogni volta che lo fa, c’è un costo cognitivo, ma si è visto che il cervello è molto bravo in questo business dell’illusione.”
Nicholas Carr nel suo libro ” Internet ci rende stupidi?” afferma:
“Non è l’informazione in sé a “istupidirci”, ma l’intensità con cui siamo gettati nel flusso.Nemmeno dieci anni fa era l’epoca dei computer e delle email. Oggi giriamo con lo smartphone e viviamo sui social-network. Il nostro cervello è malleabile. Se viene bombardato da distrazioni e interruzioni continue, si adatta di conseguenza. Non siamo in grado di finire una cena senza controllare il cellulare, siamo sempre più in balia del flusso di informazioni, più distratti che mai. Gli effetti? L’attenzione diventa frammentaria, siamo meno capaci di riflettere e di pensare in profondità. Anche la memoria ne risente”.
Già queste due considerazioni fanno molto riflettere sui concetti di smart e multitasking e le conseguenze che ne derivano che alla fine consistono in un disturbo della concentrazione, in una diminuzione della memoria con una maggior facilità di errore. Sembra poi che il multitasking aumenti la produzione di cortisolo e di adrenalina, ormoni che stimolano continuamente il cervello con il suo possibile  indebolimento. Il multitasking crea inoltre un circolo vizioso di dipendenza dalla dopamina, premiando il cervello a perdere la concentrazione e a cercare stimoli esterni (Daniel J. Levitin, direttore del Laboratory for Music, Cognition and Expertise alla McGill University). Ecco pertanto spiegata la modalità quasi compulsiva nello stare a digitare con lo smartphone girovagando nei social e nei gruppi WhatsApp! Nel non saper resistere alla tentazione di aprire il messaggino che hai sentito notificare al tuo telefono! E allo stesso tempo ti spieghi come spesso tutto questo alla lunga crei nervosismo, affaticamento e nel caso nostro predisponga al bornout e all’errore. Per evitare tutto ciò, la cosa più logica da fare sarebbe quella di tenere lo smartphone spento oppure cancellare tutte le App che permettano l’invio di messaggi, ma non è così semplice! Quante volte sono io stesso che chiedo al paziente di fotografare ed inviarmi il referto di un esame che non riesce a leggere? Oppure: lo scorso mese sono riuscito ad evitare una multa dalla Polizia Stradale che mi aveva fermato per un controllo, facendomi inviare da mia moglie, tramite WhatsApp, la foto della patente di guida che avevo dimenticato a casa. Allora? Senza dubbio non me la sento di giungere ad una conclusione perché non ho la sfera di cristallo  per poter vedere nel futuro, ma certo che, nonostante gli psicologi e i neuroscienziati siano abbastanza d’accordo nello stigmatizzare i rischi e i pericoli della pratica smart e multitasking è altrettanto vero che lo sviluppo tecnologico ha influito e influirà sempre più nel nostro modo di vivere, e nel modo di relazionarsi e comunicare. Nessuno può prevedere con certezza l’ evoluzione e i cambiamenti  sociali che ne deriveranno,  e come questi, ragionando poi in un’ottica cibernetica, si riverbereranno sulla plasticità neuronale del nostro cervello. Mentre scorre il tempo, infatti, le società evolvono i loro usi e costumi insieme alla tecnologia che a loro volta, per un principio autopoietico e di omeostasi, fanno rigenerare  e riorganizzare la materia vivente stessa e forse, mentre sto scrivendo questo stesso editoriale, tale riorganizzazione è già avvenuta…. questo editoriale, pertanto, forse è già superato.
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Tiziano Scarponi

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