ALL’OSPEDALONE DI SAN FRANCESCO
“ Rufino! Hai visto il novizio Astolfo? Lo sto cercando da tempo. Eravamo rimasti d’accordo che saremmo andati nella selva a cercare erbe medicamentose, ma non lo trovo!” “No, fratello Leone! Oggi non l’ho visto per niente, nemmeno alle lodi mattutine. Credo che sia un inquieto di natura. D’altronde che ti aspetti da uno con quel nome?”
La giornata fortunatamente stava scorrendo senza troppi problemi. I pellegrini provenienti da Roma, dopo essersi rifocillati e aver passato la notte presso il nostro ospizio erano in partenza alla volta della Porziuncola. I lebbrosi erano tranquilli, gli impiastri di malva evidentemente stavano facendo il loro effetto.
“ A eccoti, Astolfo, ma dove ti eri cacciato? Ti eri dimenticato? Non dicevi che volevi conoscere le piante officinali che nostro Signore ci ha donato?” “Certo, ma sono stato a vedere se le trappole per le volpi erano state efficaci! Comunque andiamo”.
E’ primavera inoltrata e l’estate è alle porte. Il sole è già alto e sta inondando di luce e di calore tutto il poggio. Ci aspetta una giornata molto calda. Mentre procediamo per lo stradone che ci porterà nella fitta selva scorgo alcuni getti di finocchietto selvatico che indico al novizio, ma che non raccolgo in quanto ne ho almeno due vasi sempre pronti par fare dei decotti come rimedio per la flatulenza e la stipsi di cui soffrono in tanti. Alla mia sinistra, verso l’orizzonte, l’inconfondibile trapezio del monte Subasio con Assisi dove tutto è cominciato. Il mio noviziato, il mio interesse per la cura dei malati che mi ha portato a studiare e a seguire i frati che costudivano tali saperi anche entrando in discussione con chi sosteneva che facevo peccato nel provare ad intervenire nella volontà di Dio. Provare a guarire e a lenire le ferite vuol dire non rispettare la volontà di Nostro Signore, quando mai? Gesù non ha guarito i lebbrosi e altri malati?
Prima di addentrarci nella folta selva indugiamo sulla riva del ruscello e beviamo l’acqua che scorre gaia. Il senso di fresco che proviamo è rigenerante e ci dà vigore per affrontare l’erta che ci attende quasi in atteggiamento sfidante. La salita è dura, oramai sono vecchio e facilmente il respiro diventa affannoso e le gambe sembrano non sorreggermi, ma la fatica è ripagata: tarassaco, rosa canina, biancospino e persino il vischio che non si trova spesso. Mentre ci addentriamo nel fitto, sentiamo fruscii e battiti di ali e l’inconfondibile canto dei merli che si rincorrono. Molti animali trovano rifugio al fresco del bosco e mi pare di sentire il grugnito non molto lontano di qualche cinghiale.
Ogni tanto vedo per terra gli aculei inconfondibili dell’istrice e dobbiamo farci strada fra rami di corbezzolo e di pungente ginepro. All’improvviso Astolfo fa cenno di fermarmi e di fare silenzio. Mi dice sottovoce di prestare attenzione e infatti ecco che sento come un lamento, una voce sofferente. Spostiamo le fronde di erica e compare alla nostra vista un uomo sdraiato a terra con il volto tumefatto. Dalle semplici vesti che indossa si capisce che è un contadino. Come provo a toccarlo aumenta il lamento, probabilmente ha diverse costole rotte e provo a chiedergli che cosa gli sia successo e come mai fosse finito nella selva. Fra un farfugliamento e l’altro riusciamo a capire che stava rincorrendo dei briganti che gli avevano rubato la capra, preziosa per il latte, ma alla fine una volta raggiunti lo avevano ridotto in quello stato senza un minimo di pietà.
“ Astolfo, torna all’ospizio da solo! Io devo stare con lui. Non è possibile farlo camminare nemmeno se sorretto. Fatti dare unguento di arnica e sciroppo di genziana. Torna qui da noi con altri fratelli per fare in modo di trasportarlo” “ Ma frate Leone è pericoloso che resti da solo con i malandrini che ancora girano da queste parti” “ Non ti preoccupare la Provvidenza di Nostro Signore ci aiuterà! Lasciami la tua piccola otre che abbiamo bisogno dell’acqua. Tu sei giovane e corri veloce e potrai dissetarti al ruscello” Non feci a tempo a proferire queste parole che il novizio era già sparito come inghiottito dal bosco. Provo a mettere a nudo il torace dello sventurato, fra un gemito ed un lamento, che si presenta pieno di ecchimosi lineari come da colpi di bastone. Mi dice di chiamarsi Costanzo e che ha un forte dolore alla testa e che gli sembra di essere diventato cieco, in quanto vede tutto annebbiato. Mi supplica di avvisare sua moglie che è incinta che sarà preoccupatissima dal fatto che non è rientrato a casa, a Miralduolo, per la notte. Cerco di inumidirgli le labbra arse. Come faccio per sollevarlo urla forte dal dolore per cui lascio perdere. Quello che mi preoccupa è il suo respiro che somiglia molto a quello di chi sta agonizzando e che purtroppo tante volte ho visto da quando sono all’Ospizio.
Il dramma di Costanzo contrasta con la bellezza e l’armonia della selva. Gli uccelli cinguettano sempre allegri. La brezza che dolcemente agita rami e fronde crea un suono di fruscio delicato, quasi di sottofondo musicale interrotto da un lontano suono di campana che richiama l’animo alla preghiera e alle lodi del Nostro Signore. Il sole oramai inonda tutto la boscaglia rivolta a ovest, dove siamo ora e io non potendo far altro prego stringendo le mani del malcapitato che trova ogni tanto la forza di sorridermi. “Ma quanto ci mette Astolfo a raggiungermi con altri fratelli o abitanti del castello?” Stanno trascorrendo le ore e le ombre degli alberi mutano la loro forma e lunghezza. Costanzo respira sempre peggio e alterna momenti di incoscienza in cui i gemiti sono quasi impercettibili. Cattivo segno. Vuol dire che l’anima sta abbandonando questo corpo sofferente. All’improvviso sento chiamare a distanza il mio nome, evidentemente i soccorritori non riescono a localizzarmi. Rispondo ad alta voce e così poco dopo arriva Astolfo trafelato seguito da fratello Rufino, fratello Bastiano e alcuni popolani e con loro la portantina fatta di assi con cui trasportiamo i malati dentro l’Ospizio. Mentre cerco di applicare impiastri di arnica sul torace del poveretto, lo appoggiamo sulla lettiga fra urla e lamenti e intraprendiamo la strada del ritorno. Rufino che fa da apripista ci sollecita a fare più in fretta poiché il ritmo di marcia è troppo lento e la notte si sta avvicinando. Si va avanti con fatica aggirando arbusti e frasche poiché non si vede più traccia di sentiero. Costanzo fra uno sballottamento e l’altro ha quasi cessato di lamentarsi, mentre si sente il respiro affannato di quelli che sostengono la lettiga. Per fortuna Rufino ha portato le lanterna che riesce a fare un minimo di luce mentre stiamo procedendo in discesa. Oramai è notte fonda e la luna splende nel cielo. E’ luna piena, e la sua luminosità, fuori dalla selva, permette di vedere e di camminare sicuri nel sentiero ritrovato. Ci stiamo avvicinando. Lo capisco dai falò accesi: uno dovrebbe essere quello davanti alla porta del castello, l’altro, più in basso quello davanti all’ospizio.
E’ sempre bello vedere un grande fuoco acceso che ti riscalda nel freddo della notte o che ti indica la posizione da raggiungere. Finalmente siamo giunti. Poniamo Costanzo in un giaciglio meno rigido delle assi della lettiga e aiutato dagli altri fratelli cerco di cospargerlo di unguento all’arnica il più possibile mentre una donna prova a fagli ingoiare, invano, un brodo caldo. Ci guardiamo negli occhi in silenzio, tutti capiamo che il poveretto non arriverà a vedere l’alba. Mi rilasso un po’ e solo a questo punto sento di avere fame, d’altronde è dal mattino che non mangio più niente e di energie ne ho spese tante. Trovo del pane duro che bagno con del latte appena munto. Grazie Signore per tutto questo. “Maestro Leone, correte, vi prego!” E’ Astolfo che mi chiama piangendo.” Tutta questa fatica per niente, Costanzo sta esalando l’ultimo respiro e fratello Rufino gli ha appena dato l’olio santo dell’estrema unzione! Voglio andare a trovare i briganti per poterli ucciderli con le mie mani”. “Astolfo mio ti capisco. Verrebbe veramente il desiderio di reagire con occhio per occhio, dente per dente, ma non va bene! Nostro Signore è misericordioso, ha perdonato a chi lo ha messo in croce e anche noi dobbiamo imparare la misericordia. Prendimi per mano e ascolta quello che Francesco ci ha insegnato…
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli che ‘l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali.
Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore et ringratiate et serviateli cum grande humilitate.»
Prendo la mano di Astolfo che ha smesso di piangere, i suoi occhi mi dicono che ha fede e che prima o poi capirà e la bacio. Vado nella mia celletta a coricarmi, domani mi aspetta un’altra giornata di dolce fatica.