FARE IL MEDICO O ESSERE MEDICO Editoriale pubblicato sul bollettino dell’Ordine dei Medici della provincia di Perugia N.1/2026

 

    Durante le festività natalizie, mentre prestavo attenzione alla cronaca quotidiana sui vari scenari di guerra internazionali, sono stato anche  particolarmente colpito da un paio di articoli che ho difficoltà come classificare: di costume? Di attualità? Non lo so, ma mi hanno colpito perché ci riguardano in modo diretto e meritevoli di alcune riflessioni. Il primo è a firma dello scrittore e giornalista Fulvio Abbate che sia sulla sua pagina Facebook che nel giornale on line dove scrive ( che non cito per non fargli pubblicità indiretta) il 25 dicembre ha pubblicato:” L’abitudine servile di fare regali ai medici di base per le festività”.”….. Per questa ragione, avendo assistito a un pellegrinaggio di pazienti che si recavano presso lo studio del proprio “dottore” per consegnare un “doveroso” (?) regalo non ho potuto fare a meno di ritenere (al di là di quanto in taluni casi il dono possa essere comunque meritato) l’usanza frutto di subalternità culturale, esatto, accompagnata da una postura da sudditi, se non proprio servile. Vive infatti, sempre ai miei occhi, nel bisogno di consegnare al dottore un “cadeau” natalizio qualcosa di profondamente regressivo, feudale, quasi a ritenere che la cura non sia un diritto sancito dal Servizio sanitario nazionale, conquista tra le conquiste democratiche che segnano proprio i diritti di cittadinanza, piuttosto una concessione, mostrando così un approccio verso la democrazia quasi da postulanti.” Lo stesso Abbate, proseguendo nella sua riflessione, riferisce di rimanere stupito perché nei social aveva scatenato un vero e proprio putiferio di cui non sapeva darne una spiegazione se non con il fatto come “…. scambiando infatti il semplice rispetto con una postura da medioevo della coscienza.” Come commentare? Non riesco proprio a capire come possa essere scambiato un atto di gentilezza e riconoscenza per un atto di servilismo e sudditanza? Al di là della voglia di fare notizia, probabilmente c’è un’ignoranza “emotiva”, vale a dire non avere mai avuto conoscenza o coscienza di una presa in carico, di un percorso di cura condiviso con qualche curante, come spesso avviene nella realtà delle grandi metropoli dove il rapporto con il proprio medico di famiglia, che ancora io preferisco chiamare, si risolve in un rapporto di tipo impiegatizio basato sulla mera burocrazia.

A fare da sponda a quest’articolo il 27 dicembre su l’Avvenire l’insegnante e scrittore Marco Erba esce con questo titolo:” Essere un medico o fare il medico? Il lavoro è vocazione o professione?”. La riflessione scaturisce dalle parole di una studentessa in medicina sentite in un convegno:” Io non voglio essere un medico, io voglio fare il medico». Spiegò molto chiaramente cosa intendesse: lei non intendeva identificarsi con il suo lavoro. Vedeva il suo lavoro, per quanto utile agli altri, come una parte della sua persona , della sua identità, che era molto di più della sua professione futura.” Non credo che sia proprio il caso di addentrarci in una riflessione ontologica, ma senza dubbio la collega ha colto proprio nel segno, evidenziando come la maggior parte dei colleghi più giovani stia vivendo la propria professione: «Io sono me stessa, la mia identità non si può racchiudere in una attività. Io farò il medico e questa sarà una delle mie tante attività. Un’attività a cui desidero dedicare una parte importante del mio tempo, ma nella vita voglio fare molto altro». Senza dubbio è una posizione del tutto legittima, ma, come del resto per il nostro giornalista insegnante, l’insegnamento fa parte della sua essenza, anche per me la medicina fa parte della mia essenza e non sono in grado di incasellarla in tanti ruoli o “maschere” come direbbe Pirandello.

Per carità non mi sento un missionario, ho sempre guardato con sospetto il collega che dice di esserlo, ma, magari con alti e bassi, con giornate si e giornate no, il mio convincimento è stato sempre che il mio lavoro trae le sue fondamenta dalla “relazione d’aiuto” e non possiamo mai sottrarci a questo paradigma ippocratico e deontologico su cui abbiamo a suo tempo giurato.

Se ripercorro la mia formazione nell’ottica della spirale cibernetica non posso fare a meno di considerare come il mio percorso professionale  sia passato e passi ancora attraverso le famose tre tappe ricorsive, non sequenziali, del sapere, saper fare ed essere. Nel senso che la fase cognitiva si accresce con il saper fare della fase operativa che poi evolve e si autoregola con  la fase dell’essere: la fase della riflessione e dell’interiorizzazione dell’identità di ruolo.

Ogni medico dovrebbe aver chiaro che, quando il mattino arriva in ambulatorio, entra indossando tre abiti contemporaneamente: quello che sa, quello che sa fare e quello che è diventato. Indossa il sapere: intrepretare un analisi di laboratorio, seguire una linea guida. Indossa il saper fare: raccoglie un esame obiettivo e giunge ad una diagnosi e prescrive una terapia. Poi c’è l’essere: questo non si studia sui libri, è la responsabilità che si prova quando vedi chi sta male e che ti chiede aiuto, la capacità di assistere anche quando non ci sono più risposte da dare. E’ la dimensione in cui la medicina diventa cura e la cura diventa relazione.

Voglio chiudere come ha chiuso Marco Erba nel suo stimolante articolo:

Forse, più che chiedersi se l’insegnamento ( il medico per noi) sia un lavoro o una vocazione, varrebbe la pena riscoprire la dimensione di vocazione che è presente in ogni lavoro. Ogni lavoro può essere vissuto solo come guadagno e come carriera ad ogni costo, anche a prezzo della sopraffazione di altri, e in questo caso è solo una forma di egoismo più o meno raffinata. Ma ogni lavoro può anche essere vissuto prima di tutto come dono di sé, come contributo al prossimo e al mondo intorno a noi, e in questo caso si vive nello stile della vocazione. E forse, dato che nessuna persona è un’isola e che nessuno si salva da solo, la vita come vocazione è la strada per essere soddisfatti, compiuti, realizzati. È lo splendido paradosso del nostro essere umani: possiamo essere felici solo se usciamo da noi stessi, se accogliamo gli altri, se abbiamo il coraggio di decentrarci.”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tiziano Scarponi

2 comments

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    Claudio Marinelli

    Non conosco ne voglio conoscere lo “scrittore-giornalista Fulvio Abbate.
    Ma mi sento in obbligo di commentare quanto ha scritto in un suo articolo sulla figura del “Medico di famiglia”. Certo è che il giornalista-poeta citato dall’ex “Medico di famiglia” Tiziano Scarponi ha dei seri “problemi” pertanto il suo “Medico di famiglia” dovrà trovare la cura giusta, prima di essere incurabili.
    Un saluto, Dottore.

    • Tiziano Scarponi

      Tiziano Scarponi

      ho riletto il suo commento più volte, ma mi sfugge quello che mi vuol dire. Potrebbe essere più chiaro?

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